04/02/2022 – Pellecchia: “nonostante il virus, il rischio inflattivo e le gravi turbolenze internazionali, dobbiamo e vogliamo moltiplicare il nostro impegno”
04/02/2022 – Pellecchia: “nonostante il virus, il rischio inflattivo e le gravi turbolenze internazionali, dobbiamo e vogliamo moltiplicare il nostro impegno”
Voglio dirlo in premessa: allo stato attuale l’inflazione mi crea più pensieri del virus. Secondo l’Istat l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato del 3,9% su base annua e, entro la primavera, si ipotizza un possibile raddoppio del tasso di inflazione.
Stiamo prendendo atto che il Sars-Cov-2 muta e nel farlo tende a diluirsi e a endemizzarsi, ma resta sempre insidioso. Stiamo dicendo da mesi che dobbiamo imparare a conviverci senza eccessi di ansia o puerili facilonerie. Tuttavia si tratta di una convivenza difficile perché il pericolo del contagio è sempre in agguato.
Dal momento in cui la comunità scientifica ha individuato nel vaccino l’unico antidoto efficace contro il virus, in attesa di una cura altrettanto efficace, bisogna rendere i vaccini fruibili ovunque e metterli a disposizione delle popolazioni su scala planetaria. Purtroppo una comunicazione non sempre univoca e la confusione, che spesso si è determinata, hanno creato polemiche e timori per un prodotto relativamente nuovo con conseguenti fenomeni di rifiuto di una parte della popolazione.
Diversa la situazione per i vaccini proteici che sono ampiamente testati da anni, hanno un bassissimo costo e non richiedono una complessa catena del freddo. In una parola sarebbero i vaccini giusti per gli scettici e per quelle aree del pianeta non sviluppate che rischiano di diventare anche un serbatoio per le mutazioni di questo virus.
Da più parti si è giustamente chiesto di liberalizzare i brevetti dei vaccini contro il Covid e la si riteneva una richiesta utopica, invece è già diventata realtà. È una realtà che funziona ed è priva di diritti di brevetto, si chiama Corbevax, è a base proteica ed è un dono fatto al mondo dai ricercatori del Texas Children’s Hospital e del centro di ricerca privato Baylor College of Medicine. I test hanno stabilito che il Corbevax è molto efficace; la sua tecnologia è già stata conferita a titolo gratuito ai produttori di vaccini di India, Bangladesh Botswana e Indonesia; altri Stati si aggiungeranno nelle prossime settimane. L’India ne ha già autorizzato l’impiego, ha iniziato l’inoculazione delle prime centocinquanta milioni di dosi ed ha una produzione a regime di cento milioni di dosi al mese. In Europa l’Ema, Agenzia europea del farmaco, ha autorizzato l’uso del vaccino proteico Nuvaxovid, avendolo ritenuto, dopo due somministrazioni, efficace al 90% nel prevenire Covid-19 o comunque nel contrastarne e a ridurre gli effetti. Certamente altri ne verranno e, dopo tutti i lutti e i disastri economici generati dalla pandemia, abbiamo ragionevoli motivi di ottimismo.
Guardiamo avanti dunque, raccogliamo le sfide per la tutela dei lavoratori, sia quella economica che tenga conto degli effetti di un’inflazione tornata alla ribalta, sia quella dei diritti, della sicurezza e della formazione, alla luce dei cambiamenti tecnologici. Infatti, come ribadito tante volte in questi anni di radicali trasformazioni, la persona deve rimanere al centro del processo produttivo e quindi non può essere un algoritmo a dettare i ritmi delle vite di lavoratrici e lavoratori.
Il primo gennaio 2002 entrava ufficialmente in circolazione la nuova moneta unica europea, l’Euro. Inizialmente ci fu la doppia circolazione, poi dopo alcuni mesi la lira andò definitivamente in pensione. A distanza di 20 anni, i tempi sono maturi per fare qualche bilancio.
La nuova valuta ha ovviamente provocato accese discussioni sia prima che dopo la sua introduzione. Ancora oggi, sebbene con toni decisamente più flebili, si sente qualche forza politica riesumare il vecchio cavallo di battaglia dell’uscita dall’euro: è un’eventualità improbabile. La moneta unica ci ha evitato in tutti questi anni i rischi connessi alla fluttuazione dei costi legati al cambio delle valute, ha inoltre creato un enorme mercato unico, cosa che, per quegli Stati come il nostro che avevano una valuta non particolarmente solida, ha portato un vantaggio significativo.
Non solo luci però: le ombre ci sono anche se non sono ascrivibili alla valuta in sé. Il vero vulnus è dato dall’assenza di una politica fiscale condivisa tra tutti i Paesi che hanno adottato l’Euro, in questo modo l’operazione è incompiuta e dobbiamo purtroppo parlare di un’unione monetaria incompleta: abbiamo una politica monetaria che è condotta dall’eurozona nel suo insieme, ma, mancando una politica fiscale comune, è molto difficile rispondere alle attuali sfide economiche e sociali, dalla regressione ai problemi interni come disoccupazione e impoverimento.
Chiarito questo punto, va detto che l’Euro ha assicurato all’Italia un periodo di serenità monetaria negli ultimi, turbolenti, venti anni. Le crisi del debito sono state fronteggiate anche in presenza di uno scudo come la moneta unica; il nostro essere parte dell’area euro ci ha permesso – insieme ad altri fattori – di superare diverse tempeste finanziarie sui mercati internazionali. L’Euro ci ha, quindi, anche tutelato da tutte quelle manovre speculative delle piazze finanziarie globali relative a cambi e svalutazioni monetarie. Lo scudo europeo è stata una certezza per i decisori politici ed economici, laddove altre monete (un esempio su tutti: il rublo russo a partire dal 2014) sono state colpite dalla svalutazione a causa di fattori contingenti e/o manovre speculative che hanno finito per bruciare anni di investimenti pubblici e privati.
Ciò che non va mai trascurato è tuttavia un fattore che va oltre l’Euro e che viene spesso messo in secondo piano. Vale a dire il fatto che l’unità monetaria è una condizione necessaria ma non sufficiente se non si sviluppa un sentimento pienamente europeista. È la riproposizione della tesi di Altiero Spinelli, politico e scrittore italiano, uno dei più grandi sostenitori dell’idea europeista, il quale era favorevole (e si era battuto in tal senso) per un’unione piena che includesse anche tutti gli aspetti politici, dai quali poi derivano tutte le propaggini, cioè politica monetaria, commerciale, estera, di difesa, tanto per citare le principali.
Il mese scorso, il presidente del Cnel, Tiziano Treu, ha denunciato ancora una volta la proliferazione dei contratti collettivi di lavoro, all’interno dei quali si celano quelli cosiddetti “pirata”. Secondo i dati forniti dal Cnel (e aggiornati al 22 novembre 2021), risultano depositati 933 contratti collettivi, con un incremento su base annua di 77 nuovi accordi (ovvero +9%). Guardando indietro, si registra un aumento in dieci anni del 170%. Di tutta questa mole di ccnl (contratto collettivo nazionale di lavoro), 353 (vale a dire il 37,8%) sono stati sottoscritti da associazioni datoriali e sindacali non rappresentati al Cnel e riguardano pochissimi lavoratori (33mila). C’è da aggiungere altro: spesso presentano condizioni contrattuali peggiorative, con importi sotto i minimi dei contratti di riferimento che apportano un danno economico ai dipendenti, senza dimenticare il fatto che penalizzano le aziende sane sul fronte del dumping contrattuale.
Il problema non è solo il salario. Quello è solo il primo elemento che balza agli occhi. Il punto è che un contratto collettivo nazionale non è composto esclusivamente dalla componente retributiva. Un ccnl è un insieme di diritti, doveri, norme sulla sicurezza, norme di impiego e sulla formazione. Un ccnl precisa i confini della professionalità di lavoratrici e lavoratori, molto spesso dandogli anche una connotazione etica. C’è una storia dietro ogni ccnl; c’è un’eredità di diritti acquisiti dopo dure lotte; ci sono certezze e ci sono meccanismi a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Sono queste le ragioni per cui in ogni ambito lavorativo andrebbe adottato solo ed esclusivamente il contratto di settore firmato dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Diversamente ci sarà sempre spazio per contratti che non garantiscono i trattamenti normativi e retributivi coerenti con le relative fattispecie lavorative.
Nel decreto Milleproroghe approvato il 23 dicembre 2021, il Governo ha esteso i campi di applicazione del golden power a tutto il 2022. Quello del golden power è un potere rafforzato dell’esecutivo nei settori di rilevanza strategica per lo Stato italiano. Nello specifico, si tratta di difesa e sicurezza nazionale, ma anche energia, trasporti e comunicazioni. Tra le altre cose, il golden power prevede l’obbligo di notifica in caso di acquisizioni di partecipazioni di controllo anche da parte di soggetti esteri appartenenti all’Unione europea.
Apprezziamo questo provvedimento, riteniamo che il golden power sia un’opzione che il Governo avrebbe dovuto usare più spesso nei servizi pubblici essenziali e, in particolare, nei trasporti. Si tratta di asset irrinunciabili per il sistema-Paese da un punto di vista sia strategico che economico.
Questi 22 mesi di pandemia, fra l’altro, dovrebbero averci insegnato cosa significa per l’Italia perdere il controllo di alcuni settori strategici; allo stesso tempo, l’esperienza maturata in seguito all’emergenza Sars-Cov-2 dovrebbe imporci un ripensamento su tanti dettati liberisti che hanno portato le imprese a delocalizzare produzioni indispensabili per il sistema-Paese nei momenti difficili.
Il golden power è quindi uno strumento per garantire l’interesse nazionale e come tale deve continuare a essere utilizzato ogni qualvolta sia necessario.
Non è casuale che il Pontefice, nel giro di meno di due settimane, abbia rilanciato per ben due volte il tema della denatalità. Nel primo caso, il Papa ha utilizzato un’occasione solenne, ovvero la “Lettera agli sposi” divulgata in occasione della festa della Santa Famiglia di Nazareth del 26 dicembre. Francesco ha parlato di inverno demografico, un’espressione con evidenti, cupi richiami. A distanza di pochi giorni, in un’occasione informale il Pontefice è tornato sull’argomento, condannando la scelta di molte coppie di adottare un animale domestico invece di mettere al mondo un bambino.
Se il Papa si occupa del tema da un punto di vista spirituale, a noi, nel nostro piccolo, tocca preoccuparci della questione da un punto di vista socio-economico. L’inverno demografico affonda le radici in una serie di cause ma sicuramente sul banco degli imputati, per quanto ci riguarda, va messo il sistema di welfare, certamente non all’altezza – ed è un eufemismo – di una missione come quella di invertire il trend della denatalità. Quello italiano è infatti un sistema di welfare che non favorisce la famiglia, mancando sia di sussidi effettivi che di infrastrutture di supporto (asili nido, tanto per iniziare) alle lavoratrici e ai lavoratori che decidono di mettere al mondo un figlio. L’unico “welfare” su cui i genitori possono contare è quello offerto dalla famiglia, con la sua rete di nonni, zii e parenti disposti a supportare le coppie con un aiuto pratico nella cosiddetta conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Ma è anche vero che non sempre e non tutti possono contare, per varie ragioni, sul supporto delle loro famiglie.
È questa una delle ragioni per cui la Cisl sta perorando da anni la richiesta di una riforma sia fiscale che pensionistica che possa favorire la famiglia. Non c’è solo il tema del cuneo fiscale, ma anche quello dell’assenza di un welfare attento ai bisogni delle coppie con figli e dei pensionati, spesso colonna portante a loro volta dei neo-genitori. È un tema che non può più essere posticipato. Nel suo rapporto annuale di fine 2021, l’Istat ha certificato, nero su bianco che «il nuovo record minimo delle nascite (405 mila) e l’elevato numero di decessi (740 mila) aggravano la dinamica naturale negativa che caratterizza il nostro Paese». I numeri, come si sa, purtroppo non mentono.
Verso la fine del 2021 il presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, facendo il punto della situazione relativamente al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) ha affermato: «Questo è solo l’inizio di un lungo processo. C’è bisogno di un impegno quotidiano fino al 2026. Aver conseguito i 51 obiettivi previsti dal Piano è importante, ma non è il momento di adagiarsi per l’obiettivo raggiunto». Grazie al raggiungimento dei 51 obiettivi l’Italia ha potuto incassare nel mese di agosto 2021 quasi 25 miliardi di euro ed è in attesa di incassarne altri 21. Nel 2022, secondo le previsioni, l’Italia dovrà rispettare 100 condizioni, di cui 83 traguardi qualitativi e 17 obiettivi. A regime – entro il 2026 – le condizioni saranno 527 di cui 213 sono traguardi (condizioni qualitative) e 314 obiettivi (condizioni quantitative). Insomma, un percorso molto impegnativo.
Nel 2022 fra le varie condizioni da rispettare ci saranno quelle relative all’aggiudicazione degli appalti per il potenziamento delle infrastrutture ferroviarie e, più in particolare, la costruzione delle linee di alta velocità Napoli-Bari e Palermo-Catania. Sempre entro la fine del 2022 è previsto che il Parlamento approvi la legge annuale sulla concorrenza con la finalità di riformare i contratti relativi alla gestione dei rifiuti e dei trasporti pubblici locali.
Sono tutti appuntamenti molto delicati che, come Fit-Cisl, seguiremo con la massima attenzione perché proprio dagli stessi, oltre che il rilancio economico del Paese, dipenderà il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori dei trasporti.
«I giorni difficili trascorsi per l’elezione alla Presidenza della Repubblica nel corso della grave emergenza che stiamo tuttora attraversando – sul versante sanitario, su quello economico, su quello sociale – richiamano al senso di responsabilità e al rispetto delle decisioni del Parlamento.
Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati – e, naturalmente, devono prevalere su altre considerazioni e su prospettive personali differenti – con l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini».
Con queste parole il Presidente Sergio Mattarella, alle 20.30 circa del 29 gennaio 2022, dopo la comunicazione dell’esito della votazione e della sua riconferma, ha ringraziato i parlamentari e i delegati delle Regioni per la fiducia espressa nei suoi confronti, dimostrando ancora una volta che il suo alto profilo morale e istituzionale, la sua sensibilità sociale, hanno garantito unità e coesione in una stagione difficile e cruciale della storia del nostro Paese.
Il Capo dello Stato è il garante della corretta applicazione della Carta costituzionale da parte di tutti gli attori istituzionali e in base all’articolo 87 della Costituzione, è il Presidente della Repubblica che rappresenta l’unità nazionale, promulga le leggi varate dal Parlamento, sulle quali può esercitare il cosiddetto “veto sospensivo”, rinviando il provvedimento alle Camere, se ritiene che il testo contenga norme di dubbia costituzionalità. È sempre il Capo dello Stato che indice i referendum popolari, inoltre il Presidente ha il potere di convocare e, soprattutto, di sciogliere le Camere, comanda le Forze Armate concede la grazia o può commutare le pene e presiede il Consiglio superiore della magistratura (Csm).
L’elezione della più alta carica dello Stato è spesso un banco di prova per la tenuta delle maggioranze o per le sperimentazioni di geometrie parlamentari alternative. Tuttora è in corso un dibattito sui poteri e le prerogative del Capo dello Stato e sulle modalità della loro attuazione. Si è parlato di ruolo “a fisarmonica”, pronto ad ampliarsi o a restringersi in base alle circostanze o all’interpretazione voluta dallo stesso Presidente ma, in ultima istanza, la nostra Carta costituzionale è quella di una Repubblica parlamentare, non presidenziale. Infatti, secondo l’articolo 90 della Costituzione, l’inquilino del Colle «non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione».
Da parte nostra, non abbiamo dubbi che con la rielezione del Presidente Mattarella si assicurano al Paese altri sette anni di prestigio, competenza e stabilità politica. È un ottimo segnale per il Paese in questa fase delicata di uscita dalla pandemia e rilancio economico e sociale anche grazie ai fondi europei. Buon lavoro Presidente
