primo maggio porcasi

02/05/2017 Portella, le tante morti misteriose di una strage senza padri

primo maggio porcasi

(Tela dell’artista Gaetano Porcasi)

Avrebbe dovuto essere la Festa della libertà ritrovata dopo il ventennio fascista. Invece il primo maggio di settant’anni anni fa, la piana di Portella della Ginestra fu teatro di un eccidio. E il primo grande mistero di Stato. Un enigma con tanti interrogativi rimasti senza verità. Lo speciale di Conquiste del Lavoro.

di Umberto Ginestra

Chissà se a Portella della Ginestra, alle porte di Piana degli Albanesi nell’entroterra di Palermo, lavoratori ed esponenti di Cgil Cisl e Uil che l’1 maggio affolleranno le radure tra i monti Kumeta, Maja e Pelavet, assieme al borbottio del vento che lì tiene costantemente compagnia, avvertiranno l’eco lontana di urla spezzate in gola. E il sordo crepitio di spari. E chissà se percepiranno il senso di smarrimento, il turbamento e lo sconcerto che investì la Sicilia e non solo la Sicilia, per quella che, settant’anni anni fa, il primo maggio 1947, fu la prima strage della neonata Repubblica italiana.
Perché a Portella, quell’1 maggio, la scampagnata e assieme la pacifica rivendicazione di pane e terra da scavare e lavorare, si mutarono in tragedia. Quel giorno avrebbe dovuto essere la celebrazione della Festa ritrovata dopo l’oscurantismo del Ventennio. Fu un eccidio in parte ancora avvolto nel mistero.
La Festa dei lavoratori, nata alla fine dell’Ottocento negli Usa in memoria di lotte operaie alle quali, a Chicago, era seguita una feroce repressione, era diventata dappertutto nel mondo una ricorrenza fissa. Ma in Italia il fascismo aveva imposto una sua propria narrazione. E la festività era stata spostata al 21 aprile, “Natale di Roma”.
Quell’1 maggio, dunque, avrebbe dovuto essere la festa del ritorno alla libertà; dell’allegria collettiva; della vitalità della società che si lasciava alle spalle la dittatura e il fuoco della guerra. Lì, a Portella, anche la celebrazione del nuovo protagonismo del mondo rurale che rivendicava diritti e il proprio ruolo nella nascente società. C’era fame di lavoro. Di terra. E c’era bisogno di normalità.
Fu un eccidio. E fu un punto di svolta, tra un prima. E un dopo.
In quella vallata tra alture, rilievi e grandi massi, quel giorno arrivarono in duemila, in prevalenza contadini. Venivano da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, i paesini della zona. Le parole d’ordine della mobilitazione sindacale, che s’intrecciava con i motivi della Festa, erano il no al latifondismo e il sì all’occupazione delle terre incolte. Ma si festeggiava pure per la vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni che si erano chiuse pochi giorni prima (il 20 aprile) per l’Assemblea regionale siciliana. In quella consultazione le sinistre erano riuscite a ribaltare il risultato delle elezioni per l’Assemblea costituente, di un anno prima. La coalizione Psi-Pci aveva ottenuto 29 rappresentanti su 90 (29,13% dei voti. Alle elezioni precedenti il Psi aveva registrato il 12,25%, il Pci il 7,91%). La Dc era crollata al 20,52% (con 21 seggi) contro il 33,62% dell’anno precedente.
Ma mentre la gente confluiva festosa, agitando bandiere. “Cu ballava, cu cantava, cu accurdava li canzuni. E li tavuli cunzati di nuciddi e di turrùni”, annoterà undici anni dopo il poeta dialettale siciliano Ignazio Buttitta. Mentre vecchi e bambini, donne e contadini dalle facce scavate, arrivavano a piedi o a dorso di mulo, dal monte Pelavet, indistintamente all’indirizzo della folla, partì una serie ininterrotta di raffiche di mitra. Una gragnuola di colpi che all’inizio, dalla gente ignara, fu scambiata per scoppio brioso di mortaretti.
Le raffiche si protrassero per un lunghissimo, infinito quarto d’ora. E sul terreno restarono undici morti (nove adulti e due bambini) e una trentina di feriti tre dei quali moriranno in seguito per le lesioni riportate. Fu una carneficina. E anche il primo grande mistero di Stato. E il primo dei segreti di Stato apposti nella Repubblica che prendeva forma.
Quattro mesi dopo si scoprirà che a sparare erano stati gli uomini della banda di Salvatore Giuliano, il leggendario bandito di Montelepre, dall’agosto 1945 colonnello dell’Evis, l’Esercito volontario, braccio armato del Movimento indipendentista siciliano. Ma i tanti interrogativi dietro a quell’eccidio, il movente, chi lo abbia ordinato e perché; e chi e perché abbia coperto le indagini con verità di comodo, restano ancora oggi quesiti senza risposta. Un enigma irrisolto. Privo, dopo settant’anni, di una definitiva certezza giudiziaria. Nonostante le tante ipotesi avanzate: dall’intreccio reazionario-mafioso agli interessi dei baroni alle paure dei latifondisti alle spinte della destra monarchica. Ancora, alle trame dei Servizi, alle logiche internazionali di potenza. Alla complicità di alti livelli delle istituzioni. E resta, la nebulosa, nonostante le tante pubblicazioni che storici, giornalisti e cineasti, hanno dedicato nel tempo alla vicenda. A cominciare dall’inchiesta de l’Europeo, del 16 luglio 1950, a firma del cronista Tommaso Besozzi. “Di sicuro c’è solo che è morto”, l’incipit del reportage. Che ha fatto storia. E che ha riportato alla memoria in questi giorni l’editrice milanese Milieu.
Lo scoop di Besozzi, a un’opinione pubblica incredula, svelava che i Carabinieri e l’allora ministro degli Interni, il siciliano di Caltagirone Mario Scelba, sulla morte del bandito, avevano mentito. Giuliano non era stato affatto ucciso a Castelvetrano (Trapani) nella notte del 5 luglio del 1950 a seguito di un conflitto a fuoco con i militi dell’Arma, come si era cercato di far credere. A ucciderlo era stato un membro della sua stessa banda, Gaspare Pisciotta. Il suo braccio destro. Ma su chi e perché armò la mano di Pisciotta. E sul perché della messinscena di Castelvetrano, restano in piedi solo congetture. E quel buio dello sfondo che farà dire a Sciascia, in Nero su nero (1979), che tutto era avvolto “nella menzogna”. E che “è da allora che l’Italia è un paese senza verità”. Qualche anno dopo, anche Pisciotta morirà avvelenato all’Ucciardone dalla stricnina che ingoiò con una tazza di caffè. Insomma, morti misteriose appresso a morti misteriose. Morti che allungano ombre non solo su quegli anni. E che pencolano ancora, appese alla storia del Paese come tessere di quel mosaico incompiuto che è e resta la strage di Portella.

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